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il piacentino: 10 tappe consigliate

10 tappe dieci. Alcune insolite, alcune meno...con qualche chicca...

Post Covid, gli italiani riscoprono il bel Paese. In particolare si cerca di recuperare il rapporto con la natura incontaminata e con le testimonianze culturali. Mare? Montagna? Sì, ma molto meno, vengono preferite le mete prima un po’ snobbate, forse perchè troppo vicine, ammaliati dai luoghi più lontani. Risultato? Conosciamo meglio ciò che è distante, meno quello che abbiamo lì, borghi e paesi troppo vicini per essere così ambiti. E ci perdiamo scenari straordinari, paesaggi sorprendenti, scorci incantevoli, solo perchè hanno la colpa di essere troppo comodi, a portata di mano, facilmente e velocemente raggiungibili! Esempio eclatante sono le vallate e le colline della provincia piacentina, con la loro flora e fauna, boschi e vaste distese di verde, bagnate da fiumi e torrenti con un clima temperato tutto l’anno. Visitpiacentino vi propone 10 mete da non perdere per i loro scenari naturali e culturali. Alcune di queste sono veramente inconsuete, fuori dagli itinerari più noti e frequentati.

Sono dieci le mete che vi vogliamo qui suggerire, alcune vi portano sulle vette piacentine, altre nell’antica storia, altre ancora dentro edifici molto originali… da scoprire! Vogliamo partire? Andiamo…

Val Boreca

La val Boreca è una piccola valle formata dal torrente Boreca, confinante a nord con la valle Staffora, a ovest con la val Borbera, a sud con l’alta val Trebbia, a est ancora con la val Trebbia. Una valle che ci ricorda la storia: villaggi e località coi loro nomi richiamano alla memoria le guerre combattute dai romani contro i cartaginesi tra il 264 e il 146 a. c.. Un esempio per tutti? La tradizione orale fa derivare il nome di un monte, il Lesima, al racconto secondo il quale Annibale, salendo sulla vetta, si sarebbe ferito una mano. Da laesa manu: Lesima. Al di là della storia, la Val Boreca è assai suggestiva: Il torrente Boreca, racchiuso da due pareti che convogliano le sue acque in alcuni canaloni, appare e scompare. Ogni piccolo angolo è una sorpresa. Tutti i paesini della valle Suzzi, Pizzonero, Belnome, Tartago Bogli, Artana, Pej, Capannette di Pej, Vesimo, Zerba, Cerreto e Valsigiara ed infine nella valle del torrente Borbera troviamo Bertone, Campi, Cabosa e Truzzi, ricordano tutti gli antichi valori di paesi contadini, esaltati dai numerosi fossi e rivi che portano acqua al Boreca. Un tempo erano indispensabili per fare funzionare i mulini.
Una visita alla val Boreca è un incontro con la natura, un ritorno a tempi antichi.

Vigoleno

Piccolo borgo, Bandiera Arancione del Touring, merita una giornata di visita. Si raggiunge facilmente partendo da Fidenza e percorrendo la strada che costeggia e attraversa il Parco Regionale dello Stirone e del Piacenziano di cui Vigoleno fa parte. Il borgo, di piccole dimensioni, ha una struttura ovale ed è classificato tra i borghi più belli d’Italia. Sulle pendici dell’Appennino piacentino a 350 di altitudine, è un tipico esempio di città fortificata medievale, circondata da imponenti mura merlate che e racchiudono l’antico borgo.
Le mura sono percorse da un camminamento dal quale si ammirano straordinari scorci sul territorio circostante. Per entrare si attraversa il Rivellino, un ingresso fortificato che poteva essere isolato in caso di assedio. Al centro del borgo si erge il Mastio, una torre con quattro piani di visita, che oggi è sede di un percorso informativo e fotografico sul borgo di Vigoleno e sulla sua architettura. Si consiglia la salita sulla torre per ammirare il panorama. Dal Mastio si raggiunge l’altra torre, dove si trova la parte residenziale del complesso fortificato. Oltrepassate le fortificazioni d’ingresso si accede alla piazza, dove si trova la fontana cinquecentesca e l’oratorio della Madonna delle Grazie. Un ponte levatoio consente di arrivare al Castello, testimone della storia delle famiglie che governarono il piacentino. Infatti il Castello passò dalle mani della famiglia Scotti, a quelle dei Pallavicino, e dei Farnese, e venne più volte distrutto e ricostruito. Del castello si può visitare il piano nobile, dove si trova il teatrino settecentesco, un piccolo teatro, con palco e sole dodici sedute, pensato per spettacoli per pochi intimi.
Altra perla di Vigoleno è la Pieve di San Giorgio, esempio di architettura romanica sacra importante per la storia del piacentino. L’ingresso è sovrastato da una lunetta scolpita con il Santo raffigurato nell’atto di uccidere il drago. Le navate sono divise da colonne con capitelli scolpiti con motivi vegetali. All’interno sono custoditi affreschi trecenteschi e diverse immagini votive e quattro statue lignee che durante le processioni si portavano a spalla.
La Chiesa è una tappa del Cammino della via Francigena Italiana.

Isola Serafini

Isola Serafini, nel comune di Monticelli d’Ongina, classificato ”Sito di Interesse Comunitario (SIC)”, per la sua importanza quale punto di sosta e di alimentazione per la fauna migratoria e per la vegetazione endemica, è nata con l’obiettivo di ripristinare la navigazione del Po da e per Piacenza nel quadro delle strategie di sviluppo del sistema idroviario. Ma è sopratutto un ambiente ricco di zone di interesse naturalistico, habitat naturali fatti di stagni, vegetazione autoctona spontanea, dove ammirare specie faunistiche locali e migratorie, tra cui gli aironi bianchi e grigi. Non solo. La ricchezza di zone umide e vasti sabbioni richiama rondini di mare, fraticelli, falchi, gufi, picchi. Proprio La bellezza del paesaggio fluviale consiglia una tappa a Isola Serafini, ideale per gli amanti della natura per un’escursione in bicicletta nelle campagne e sugli argini. Si possono facilmente seguire i sentieri tracciati in modo naturale dal fiume, che da sempre modifica il suo alveo.
Per la visita si può fare riferimento a Elena Marsiglia che rappresenta l’Isola del Tre Ponti, una cooperativa impegnata alla tutela e valorizzazione di questi luoghi cell. +39 3389288235

Abbazia di Chiaravalle della Colomba

Nel comune di Alseno, in prossimità della provincia di Parma, sorge l’Abbazia di Chiaravalle della Colomba. Gemella dell’Abbazia di Chiaravalle a Milano, Chiaravalle della Colomba fu fondata da Bernardo da Chiaravalle, su richiesta del vescovo Arduino di Piacenza, intorno al 1135. I lavori di edificazione sono durati per ben 200 anni. Il nome trae origine da una leggenda. Si narra che una colomba davanti agli occhi stupefatti dei monaci, abbia volteggiato a lungo in un’unica zona, delineando il perimetro dell’abbazia con delle pagliuzze. La colomba non poteva che essere lo Spirito Santo stesso che comunicava la posizione della chiesa gradita a Dio. Il messaggio fu subito recepito e la chiesa fu immediatamente eretta. La sua storia fu travagliata. Fu preda di vari bracconaggi ad opera di briganti e di bellicosi eserciti. Il più famoso oltraggio si deve a Federico II di Svevia, protagonista di una razzia a cui fece seguito un incendio che vide la morte di molti monaci. Nel 1444 l’abbazia fu “data in commenda“, ovvero ceduta a uomini illustri e potenti, che non vi abitarono, ma che la mantennero solo per riscuotere le offerte. Poi arrivò Napoleone che la privò di tutte le sue ricchezze, saccheggiando la preziosa biblioteca. Non solo: cacció i monaci e vendette i terreni. Fu abbandonata fino al 1937, quando l’abate parroco don Guglielmo Bertuzzi, convinse il Vescovo di Piacenza a ridare vita all’abbazia.
Vi consigliamo di partecipare all’Infiorata, evento che si svolge ogni anno nel mese di giugno, nella cui occasione potrete ammirare il grande tappeto di petali di fiori raffiguranti immagini sacre dall’ingresso della chiesa al presbiterio.
L’interno dell’Abbazia, per volere di San Bernardo, contrario ad eccessive decorazioni e soprattutto all’abuso dei bestiari, è piuttosto spoglio. Come tutte le chiese da lui fatte edificare, presenta un chiostro quadrato. Vi si trova, a partire da oriente, la sagrestia, l’aula capitolare e il parlatorio. A sud vi si trova il refettorio e la cucina. Verso occidente abbiamo il refettorio dei conversi e qualche magazzino, oltre che l’ospizio per i pellegrini. Davanti al refettorio vi è una fontana per le abluzioni dei monaci. Al primo piano vi era la “zona notte” adibita oggi in parte a museo. 
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Veleia Romana

Veleia Romana, ovvero la Pompei del Nord, è uno dei più importanti parchi archeologici dell’Emilia Romagna. La città fu un ricco municipio romano costruito in una zona già abitata dall’età del Ferro e conquistata alle popolazioni liguri stanziate in zona. Veleia fu fondata nel 158 a.C., dopo la definitiva sconfitta dei Liguri. Sorgeva alle spalle della colonia di Piacenza nella valle del fiume Chero e cadde in rovina intorno al V secolo d.C., probabilmente per un dirupamento delle montagne sovrastanti che la seppellì all’improvviso, oppure per i continui movimenti franosi che portarono pian piano allo spopolamento dell’area. Fu riscoperta nel XVII secolo a seguito del ritrovamento dell’iscrizione bronzea della Tabula Alimentaria Traianea.
L’abitato della città di Veleia era distribuito su una serie di terrazze e conobbe il maggior splendore in età augustea. Importante era il complesso termale derivate da acque bromoiodiche. Delle sale termali si possono ammirare il calidarium e il tepidarium mentre del frigidarium è conservata solo la nicchia della vasca rettangolare.
Ad Ovest sorgeva il quartiere abitativo costituito da case con peristilio, la cui meglio conservata è la Casa del Cinghiale. Del Foro è possibile ammirare la piazza lastricata, la basilica a pianta rettangolare, i portici e le tabernae. Al centro della piazza si trovano una lunga iscrizione pavimentale in onore di Lucio Lucilio Prisco e un cippo di calcare rosa dedicato ad Augusto.
Nella basilica sono state rinvenute 12 statue della famiglia imperiale giulio-claudia, conservate presso il Museo Archeologico Nazionale di Parma, e la preziosa Tabula Alimentaria Traianea. Poco lontano dal Foro si erge una struttura di forma ellittica, probabilmente l’anfiteatro o, secondo altre interpretazioni, la cisterna per l’acqua. 
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LungoTrebbia a Rivergaro

Se dici Rivergaro, dici Trebbia, un fiume che disegna un percorso e un paesaggio che non ti aspetti. L’acqua scorre placida ma all’improvviso si trasforma, diventando impetuosa e imprevedibile. Il Trebbia permette di soddisfare le passioni sportive, naturalistiche e culturali.
Rivergaro ha una storia assai antica, le sue origini risiedono nel medioevo. Era una rocca, di cui oggi non rimane quasi più traccia. Da qui si può partire per esplorare il settore meridionale del Parco fluviale del Trebbia
Una delle prime spiagge, facilmente raggiungibile da Rivergaro, è Case Marchesi, adatta anche ai bambini, che possono giocare senza pericoli. 
Qui si trovano molte seconde case, ristoranti e nei dintorni agriturismi, dove si mangia l’autentica cucina emiliana.

La Rocca di Agazzano

Di proprietà della famiglia Gonzaga-Scotti, il Castello e la Rocca di Agazzano, situati in un meraviglioso giardino alla francese, sono un sorprendente mix di architettura medievale e rinascimentale. Austerità e signorilità sono unite per stupire il visitatore. In origine era una fortezza militare con torri angolari rotonde, poi ingentilita da un loggiato voluto da Aloisa Gonzaga.
Il Castello e la Rocca sarebbero infestate da un fantasma alla ricerca di vendetta. Finché non l’avrà ottenuta, non potrà riposare in pace. Nel 500 lo spietato spadaccino Pier Maria Scotti, detto il Buso, “firmava” i sui omicidi lasciando un buco nel petto. Tornato dalle Americhe in cerca di fortuna nel territorio piacentino, si imbattè nel capitano di ventura Astorre Visconti, che in una locanda di Agazzano lo uccise e lo gettò nel fossato che circondava la rocca. Il cadavere non fu mai ritrovato.
Si diffuse la leggenda che il fantasma del Buso ancor si aggirasse senza pace tra le mura del Castello di Agazzano, facendo risuonare il fruscio della spada in cerca di un nemico, aprendo le porte e rompendo i vetri, alla ricerca di una vittima per placare la sua sete di vendetta.
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Rocca d’Olgisio

In Val Tidone, Rocca d’Olgisio, la più antica fortezza del piacentino, incastonata nella roccia, è cinta da ben sei ordini di mura. Fondata attorno all’anno Mille, offre la possibilità di pernottamento, fra la prima e seconda cerchia di mura, in un gruppo di rustici seicenteschi. Il mastio, articolato in diversi locali comunicanti, termina in un piccolo loggiato cinquecentesco. La sua pianta è irregolare, tanto che vi si accede solo dal lato settentrionale attraverso una caratteristica e pittoresca strada. Sullo stipite del portone dell’ingresso dalla terza cinta muraria nel cortile è scolpito il motto Arx impavida (fortezza impavida, che non teme nulla).
L’ accesso era dotato fino all’inizio dell’Ottocento di ponte levatoio e protetto da un’inferriata a saracinesca. All’interno del cortile è situato il pozzo, profondo una cinquantina di metri su cui insistono leggende di passaggi segreti e vie di fuga dal castello. Nel complesso, che è molto articolato, possiamo vedere: l’oratorio, la torre della campana, il mastio con saloni affrescati e un loggiato di vedetta cinquecentesco.
Poco oltre le cinte di mura, vi sono alcune grotte che custodiscono una necropoli preistorica. Sono legate ad eventi leggendari e sacri: la grotta delle sante Faustino e Liberata, dei coscritti e del cipresso. La fortezza conobbe diverse appartenenze. Nel 1378 fu affidato da Gian Galeazzo Visconti a Jacopo Dal Verme, vincitore della battaglia di Alessandria contro Firenze. Durante la Seconda guerra mondiale fu sede del comando della II divisione partigiana di Piacenza e per questo fu oggetto di tiri di artiglieria e attacchi da parte delle truppe tedesche.

Castell’Arquato

E’ la perla della Val d’Arda, Bandiera Arancione del TCI, uno dei Borghi più belli d’Italia, dove sei accolto da un acciottolato e dalle case di pietra che ti catapultano nel Medioevo. Noto anche come il paese delle torri, Il borgo di Castell’Arquato si erge su un colle costituito in gran parte di conchiglie fossili. Il toponimo deriva da Caio Torquato, il patrizio romano che fondò qui il primo castrum, che nei documenti medievali indica la pianta a forma quadrangolare. La Rocca Viscontea, edificata nel 1300, dai Visconti per difendere la Val d’Arda, abbraccia il territorio piacentino e, nelle giornate limpide, lo sguardo arriva fino al Torrione di Cremona.
Costituita da un impianto planimetrico quadrangolare, presenta quattro torri quadrate ai vertici. Oltre al mastio, la torre principale, custodisce all’interno il museo di vita medievale.
Anche la Rocca di Castell’Arquato ha la sua storia di fantasmi. Nel 1620, il Cardinale Sforza condanna a morte il prode Sergio Montale e il suo servitore Arturo Galatti detto Spadone.
Poteva mancare una storia d’amore? No, di certo. La giovane Laura, figlia dello Sforza, è innamorata di Sergio. I due sfortunati compagni d’avventure, rinchiusi nelle segrete, vengono liberati dalla donna, che cerca di fuggire con loro. La fuga non dura molto, non va al di là della Rocca. Solo Spadone riesce a fuggire. I due giovani sono decapitati. Spadone vendicherà l’amico e sarà condannato al carcere a vita. Si dice che i tre fantasmi di Laura, Sergio e Spadone si aggirino ancora nel castello.
Nonostante occorra fare 100 scalini, vi consigliamo di salire sulla torre per comprendere il motivo per cui la Rocca fosse strategica al controllo del territorio e per consentire il passaggio a chi era diretto al Centro Italia.

Museo della Merda

Musei ne conosciamo tanti e tanti ne abbiamo visitati. Per la maggior parte etnografici o della cultura contadina, ma anche d’arte, artigianato, letteratura e altro… Ora pensate ad uno omnicomprensivo, mettete insieme tutto e dategli un nome. Cosa avete realizzato? Museo del territorio? Della cultura locale? Degli usi e costumi? Macchè, il nome perfetto è Museo della Merda.
Vi siete scandalizzati? Avete fatto due occhi così? Con un senso di disgusto percepibile dalla curvatura della bocca? Perchè mai? Museo della Merda è una bella, si dico bella, realtà che nasce nel piacentino, precisamente il località Castelbosco, frazione di Gragnano Trebbiense, nella bassa Valtrebbia.
Il Museo della Merda si inserisce nel tessuto industriale del territorio per la produzione di latte che viene conferito all’industria del Grana Padano. Con sette unità produttive il Museo della Merda produce ogni giorno circa 500 quintali di latte e 1.500 di sterco, date da 3.500 bovini di razza selezionata.
La notevole quantità di deiezioni è stata intercettata, diciamo così, da Luca Locatelli, agricoltore piacentino che proprio non poteva accettare lo spreco di tanto bendidio.
Da qui l’idea di trasformarla in un progetto ecologico, produttivo e culturale, senz’altro avveniristico. Dapprima lo sterco si è reso utile, attraverso sistemi innovativi, nella produzione di energia elettrica che continua, ancora oggi, con i suoi 3 megawatt all’ora, utili per riscaldare gli edifici e gli uffici dell’azienda. Ovviamente la maggiore resa è nel concime. Per la sua complessità e originalità il progetto è stato attenzionato da istituzioni internazionali impegnate in tematiche di ecologia e innovazione.
Il Museo della Merda è poi diventato attrazione in ambito artistico e l’intervento di David Tremlett e Patrick Poirier, hanno dato un’imprinting nell’architettura trasformando concetti di meccanica e di botanica in land art evolutiva.
Questo ha determinato un passaggio importante nel concetto di trasformazione, una sorta di agenzia per il cambiamento che con attività divulgative e di ricerca e la produzione di oggetti d’uso quotidiano e la raccolta di manufatti e storie sugli escrementi nell’attualità e nella storia, avrebbe scardinato preconcetti e norme culturali.
Immaginato da principio come produttore, non soltanto di idee e mostre, ma di oggetti e progetti, il Museo della Merda stabilisce che “non c’è trasformazione senza produzione”.
Emblematica in questo senso l’invenzione e registrazione della Merdacotta®, un brevetto che sintetizza i principi di sostenibilità e trasmutazione alla base degli obiettivi scientifici del Museo e che porta a prodotti brandizzati Museo della Merda, quali vasi, portafiori, mattonelle, piatti, ciotole… Forme semplici, pulite, rurali che non lasciano spazio a frivolezze per rifarsi a princìpi antichi.
Fermiamoci qui, ora. Ci accorgiamo che raccontare il Museo della Merda è impresa ardua quasi come concepirlo. Merito a Locatelli e ai suoi sodali Luca Cipelletti, che ha in carico progetti e prodotti, Gaspare Luigi Marcone e Massimo Valsecchi per questo unicum che vale, da solo, visita a questa parte di piacentino.
E anche l’esclamazione “siamo nella merda”, dopo questa visita assume indubbiamente un valore nuovo!
Visita http://www.museodellamerda.org/the-museum/

note

A seguire segnaleremo tappe del dove mangiare, dove dormire, cosa comprare nei pressi delle tappe qui sopra suggerite.

testo curato con la collaborazione di Monica Viani (www.famelici.it)

altre news

Nel comune di Alseno, in prossimità della provincia di Parma, sorge l’Abbazia di Chiaravalle della Colomba. Gemella dell’Abbazia di Chiaravalle a Milano, questa di Chiaravalle della Colomba fu fondata da Bernardo da Chiaravalle, su richiesta del vescovo Arduino di Piacenza, intorno al 1135. I lavori di edificazione sono durati per ben 200 anni. Il nome trae origine da una leggenda. Si narra che una colomba davanti agli occhi stupefatti dei monaci, abbia volteggiato a lungo in un’unica zona, delineando il perimetro dell’abbazia con delle pagliuzze. La colomba non poteva che essere lo Spirito Santo stesso che comunicava la posizione della chiesa gradita a Dio. Il messaggio fu subito recepito e la chiesa fu immediatamente eretta. La sua storia fu travagliata. Fu preda di vari bracconaggi ad opera di briganti e di bellicosi eserciti. Il più famoso oltraggio si deve a Federico II di Svevia, protagonista di una razzia a cui fece seguito un incendio che vide la morte di molti monaci. Nel 1444 l’abbazia fu “data in commenda”, ovvero ceduta a uomini illustri e potenti, che non vi abitarono, ma che la mantennero solo per riscuotere le offerte. Poi arrivò Napoleone che la privò di tutte le sue ricchezze, saccheggiando la preziosa biblioteca. Non solo: cacció i monaci e vendette i terreni. Fu abbandonata fino al 1937, quando l’abate parroco don Guglielmo Bertuzzi, convinse il Vescovo di Piacenza a ridare vita all’abbazia.
Vi consigliamo di partecipare alla festa della chiesa, che si svolge in giugno, nella cui occasione potrete ammirare la tipica infiorata, nella quale viene steso un grande tappeto di petali di fiori raffiguranti immagini sacre dall’ingresso della chiesa al presbiterio.
L’interno dell’Abbazia, per volere di San Bernardo, contrario ad eccessive decorazioni e soprattutto all’abuso dei bestiari, è piuttosto spoglio. Come tutte le chiese da lui fatte edificare, presenta un chiostro quadrato. Vi si trova, a partire da oriente, la sagrestia, l’aula capitolare e il parlatorio. A sud vi si trova il refettorio e la cucina. Verso occidente abbiamo il refettorio dei conversi e qualche magazzino, oltre che l’ospizio per i pellegrini. Davanti al refettorio vi è una fontana per le abluzioni dei monaci. Al primo piano vi era la “zona notte” adibita oggi in parte a museo.
Per la visita si può fare riferimento a Elena Marsiglia che rappresenta l’Isola del Tre Ponti, una cooperativa impegnata alla tutela e valorizzazione di questi luoghi cell. +39 338928823

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